Due ban, un canale e il DSA: come abbiamo vinto una controversia contro YouTube
Luglio 10, 2026
Alle piattaforme piace bloccare. Il pulsante del ban è comodo, la spiegazione è facoltativa, e la risposta al tuo reclamo di solito arriva tra il “mai” e “dopo la morte termica dell’universo”. Fino a poco tempo fa, un utente aveva due opzioni: ingoiare il rospo, oppure fare causa a un colosso tecnologico in una giurisdizione straniera — un piacere riservato a pochi eletti.
Da quando è entrato in vigore il Digital Services Act (DSA — Regolamento (UE) 2022/2065), esiste una terza via. E in un procedimento recentemente concluso, l’abbiamo percorsa fino in fondo — con una decisione a favore della nostra cliente.
Il caso
La nostra cliente gestisce un canale YouTube dedicato ai tornei di carte — un’attività del tutto lecita. Il canale è stato bloccato due volte, ogni volta con la laconica motivazione “contenuto dannoso o pericoloso”. I reclami della cliente sono stati respinti senza motivazione. Il reclamo che abbiamo presentato in qualità di consulenti legali ha ricevuto un numero di riferimento — e nemmeno una parola nel merito.
Un classico. Così abbiamo deferito la controversia a un organismo certificato di risoluzione extragiudiziale delle controversie ai sensi dell’articolo 21 del DSA.
Cos’è un procedimento ex articolo 21
L’articolo 21 del DSA conferisce agli utenti il cui contenuto sia stato bloccato o rimosso, o il cui account sia stato sospeso, il diritto di portare la controversia dinanzi a un organismo extragiudiziale certificato — niente tribunale, niente spese onerose, niente avventure transatlantiche. L’organismo esamina se l’azione della piattaforma sia conforme alle proprie regole e al DSA, ed emette una decisione.
Nel nostro caso, l’organismo era accreditato dal regolatore italiano AGCOM e opera in 16 lingue ufficiali dell’UE, incluso il bulgaro.
L’obiezione di Google (e perché è stata respinta)
La reazione di Google era prevedibile: ha sollevato un’eccezione di inammissibilità, sostenendo che la cliente non fosse residente nell’UE — dedotto da “segnali a livello di account”.
L’eccezione è stata respinta. La cliente è rappresentata da un avvocato con sede a Sofia; il contatto verificato, l’indirizzo di registrazione e l’indirizzo IP dell’istanza sono tutti in Bulgaria; e il contenuto stesso è diretto e accessibile a un pubblico all’interno dell’UE/SEE. I requisiti territoriali dell’articolo 21, paragrafo 1, erano pienamente soddisfatti.
La decisione nel merito
Nel merito, l’organismo ha constatato ciò che era evidente fin dall’inizio: non vi era una sola prova di contenuto dannoso o pericoloso nel fascicolo. Google non ha prodotto alcun fatto concreto tale da giustificare una misura grave come la disabilitazione di un intero canale.
L’approccio “rimozione alla prima violazione”, privo di riscontri probatori, è stato ritenuto manifestamente sproporzionato — incompatibile sia con il testo della politica della piattaforma stessa, sia con le garanzie procedurali del DSA. La misura proporzionata sarebbe stata che la piattaforma notificasse l’utente, concedesse un termine per correggere il problema e, se necessario, rimuovesse solo i video specifici — anziché disattivare l’intero canale.
Il risultato:
- il reclamo è stato accolto integralmente;
- Google deve ripristinare l’account e rimuovere gli strike;
- le spese di 500 EUR sono a carico di Google.
“Non vincolante” — e perché non è una cattiva notizia
Ecco la parte onesta, che non nasconderemo tra le righe: una decisione ai sensi dell’articolo 21 non è vincolante e non è direttamente esecutiva. Alla piattaforma non si può “ordinare” di conformarsi con un semplice clic.
Questo non la rende inutile — anzi, tutto il contrario. Primo, si tratta di un accertamento ufficiale e motivato da parte di un organismo certificato secondo cui l’azione della piattaforma viola il DSA. Secondo — ed è qui che sta la leva — l’inadempimento può essere segnalato al regolatore: in questo caso, al Coimisiún na Meán, il coordinatore dei servizi digitali per l’Irlanda, che vigila su Google Ireland Limited, oppure al coordinatore nazionale competente. E i procedimenti di enforcement del DSA non sono più uno scherzo, né tantomeno simbolici.
In altre parole: la piattaforma ha una scelta — conformarsi volontariamente, oppure spiegare al proprio regolatore perché sta ignorando una decisione che accerta una violazione.
I passaggi, in breve
Per chi si trovasse in una situazione simile, ecco come si presenta il percorso:
- Esaurire il meccanismo interno — presentare un reclamo e un ricorso attraverso la piattaforma stessa (e documentarne il silenzio).
- Rivolgersi a un organismo certificato ex articolo 21 del DSA — nella propria lingua, a costi contenuti e senza procedimento giudiziario.
- Esame nel merito — l’organismo valuta l’ammissibilità, respinge le eccezioni formali e verifica se la misura della piattaforma sia lecita e proporzionata.
- Decisione e spese — quando il reclamo è fondato, le spese vengono poste a carico della piattaforma.
- Conformità o escalation — ripristino volontario, oppure segnalazione al Coordinatore dei servizi digitali in caso di inadempimento.
Perché questo è importante
Per anni, il rapporto “piattaforma contro utente” è stato strutturalmente diseguale. Il DSA sposta l’equilibrio — e questo caso lo dimostra nella pratica: un piccolo canale, una grande azienda, e una decisione a favore della parte più debole.
Se sei un’impresa o un content creator e hai subito un blocco, una demonetizzazione o la cessazione di un account senza una spiegazione coerente — non trattare il silenzio come una risposta definitiva. Esiste una procedura. Ci sono termini. E, come dimostra questo caso, ci sono risultati.
LexSofia assiste e rappresenta i clienti in controversie riguardanti le piattaforme digitali, il DSA e la tutela dei diritti online. Per informazioni: yosifova@lexsofia.com | lexsofia.com
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